Riflessi è quello che succede quando smetti di chiedere alla moda “cosa va di moda” e inizi a chiederti “quanta voglia ho, davvero, di essere guardata?”.
Alla Sala delle Polveri, alla Mole Vanvitelliana di Ancona, i giovani Fashion Designer dell’Accademia di design Poliarte di Ancona hanno usato quaranta abiti per una cosa molto semplice e molto scomoda:
mettere il narcisismo contemporaneo in passerella e vedere chi ha il coraggio di sostenere lo sguardo.
La versione ufficiale parla di creatività, ricerca stilistica e sguardo al futuro della moda.
Seduti in Sala delle Polveri, si vede altro: Riflessi è una rappresentazione esperienziale dove ogni outfit è un modo diverso di chiedere attenzione – e di misurarne il prezzo.
Il comunicato stampa insiste sul racconto visivo del sé “tra verità e costruzione, intimità e bisogno di essere visti”.
Qui la moda smette di essere semplice estetica: diventa linguaggio psichico, dichiarazione, persino confessione.
Non siamo davanti ad abiti neutri, siamo davanti a microfilm: ogni designer ha diretto il proprio corto sul narcisismo, usando tessuti, volumi e corpi come attori, hanno persino trovato il modo di integrare perfettamente una sfilata Coed senza farsi mancare un riferimento al body positivity.
Le fisicità fuori dal cliché della modella erano poche, segnale mirato più che rivoluzione del formato.
Le differenze non sono state esibite per pietismo, ma per mostrare un punto essenziale dell’immaginario di oggi: non è solo chi rispetta il canone estetico a pretendere di essere guardato, è chiunque abbia imparato che mostrarsi è un equo diritto, non più una scelta per pochi.
Sala delle Polveri: l’architettura che tiene a bada l’ego
La location non è sfondo, è controparte attiva: Sala delle Polveri, con mattoni a vista, tubazioni industriali e luce dura, è il perfetto nemico dei capricci dell’ego.
La monumentalità della Mole Vanvitelliana – in una città che si prepara ad essere Capitale Italiana della Cultura 2028 – non compiace nessuno: osserva, giudica, registra.
Gli abiti scultorei, le trasparenze, i volumi esagerati rischierebbero di diventare pura estetica da feed se messi in una scatola neutra.
Qui, invece, sono costretti a dialogare con un contenitore che racconta storia e tempo: l’architettura divora il narcisismo autoreferenziale e lascia in piedi solo ciò che ha un pensiero alle spalle.
iscriviti al canale YouTube
Look scultorei: il narcisismo che vive del momento
La verità è semplice: molti dei quaranta outfit di Riflessi non vogliono vivere fuori dalla passerella.
Volumi esasperati, strutture rigide, costruzioni che chiedono più spazio di quanto conceda qualsiasi stanza reale: sono abiti-statement, pensati per esistere solo nel tempo limitato della sfilata.
Ed è proprio questo che li rende psicologicamente centrali: il loro narcisismo è onesto.
Non fingono di essere funzionali, non cercano di diventare “metti e vai”.
Chiedono luce, pubblico e sala per pochi minuti, poi accettano di morire a runway finita ma in realtà rimangono eterni come Roma.
La passerella diventa laboratorio radicale: ciò che funzionerà nella vita reale verrà tradotto dopo; qui si sperimenta la forma estrema dell’ego.
Anna Karenina e il viola aristocratico protagonista
Un simbolo di questo narcisismo puro è l’abito scultoreo viola: busto chiaro da corsetteria storica, massa viola che avvolge e ingombra lo spazio.
Non è un vestito, è una apparizione.
L’apparizione di “Anna Karenina”.
Come la protagonista che entra nei saloni russi sapendo che l’ambiente esiste solo finché lei lo attraversa, questo look non si adatta alla sala, la pretende e la prende.
Nella vita reale è impraticabile, e proprio per questo è sincero: dichiara che la sua funzione è essere guardato, non vissuto manco fosse un anonimo dolcevita che indossi di giorno.
Il narcisismo qui è aristocratico, vuole più essere riconosciuto che amato.
Disciplina gotica alla Mercoledì Addams
All’estremo opposto dell’eccesso viola, il lungo nero grafico: silhouette affilata, linee dorate che seguono e ridisegnano le curve del corpo.
Qui il nero non è elegante, è identitario.
Mercoledì Addams nel suo total black come scelta di campo, non come rifugio.
Mercoledì non usa il nero per nascondersi, lo domina e lo usa per distinguersi; questo abito fa lo stesso.
Il narcisismo è disciplinato; controlla le spalle, scolpisce la figura, si lascia vedere solo dove decide lui.
A differenza di altri look, questo ha già una vita potenziale fuori dalla sfilata: red carpet, editoriali, eventi dove l’attenzione è prevista, quasi dovuta.
Streetwear ribaltato: quando la tribù smette di essere rifugio
L’idea più intelligente di Riflessi è usare anche lo streetwear per parlare di narcisismo.
Per definizione, lo streetwear è linguaggio di tribù: felpe, denim, jersey, codici pensati per far sentire parte, non per distinguere.
Alcune collezioni, invece, hanno fatto il contrario.
Hanno preso volumi e materiali familiari, li hanno distorti con tagli, layering e styling che impediscono di archiviarli come semplice “abbigliamento da strada”, perché che vi piaccia o no cari miei.. se vestite casul/sportivo, siete anonimi!
Potete indignarvi per questo (e spero sia così) ma è la realtà.
L’outfit con top grigio irregolare e la gonna-pantalone a pannelli grigi/rossi è il punto chiave.
Abiti apparentemente quotidiani usati per sabotare le regole del sistema.
Qui la tribù di Tyler è solo base, ma la prima regola del Fight Club è sempre valida.
Il narcisismo prende il sopravvento e usa un codice comune per una rivolta privata, visibile solo a chi sa leggere i dettagli.
Narcisismo corale alla V per Vendetta
Tra gli abiti che raccontano l’ego digitale, il total look con volti stampati è il più diretto: top e gonna oversize tappezzati da una sequenza di facce.
Maschere uguali indossate da tutti, dove il singolo si dissolve nella folla.
Qui succede il contrario: un solo corpo, avvolto da una folla di identità.
È il narcisismo dell’era social: nessuno è più un volto unico, siamo un collage di avatar, foto profilo, autoritratti.
Questo abito prende la dinamica e la traduce brutalmente in tessuto, obbligando il pubblico a chiedersi quante “versioni di sé” porta addosso ogni giorno, senza rendersene conto.
La sposa cadavere di Sherlock Holmes
Il look con corsetto chiaro e pantalone leggero, semi‑trasparente, ha una delicatezza nervosa che non è romanticismo puro: è disturbante.
Il riferimento più interessante non è “Orgoglio e Pregiudizio”, ma la sposa cadavere in una delle trame di Sherlock Holmes: figura femminile sospesa tra desiderio di apparire e destino tragico, elegantissima e inquietante nello stesso tempo.
Il corsetto stringe, organizza, disciplina il busto; i pantaloni invece sembrano volersi dissolvere, come un fantasma che non ha ancora compiuto la sua vendetta.
Il narcisismo qui è spettrale: vuole essere visto, ma teme il giudizio; si mostra e insieme si auto‑sabota.
È un outfit che, con una traduzione mirata, potrebbe vivere anche fuori dalla passerella in chiave editoriale: perfetto per raccontare quella parte di sé che si veste bene proprio quando si sente più fragile.
Floreale in chiave Moulin Rouge? Avanguardia pura
Velluto rosso con fiori applicati sul busto e spacchi laterali importanti.
Qui non si gioca a nascondino: il corpo è palcoscenico e il desiderio è protagonista.
Satine che scende dall’alto, vestita di rosso, metà sogno e metà tragedia e se non hai pensato a Moulin Rouge hai un problema.
La gonna mostra le gambe in modo frontale, il busto fiorito è un giardino che cresce sul corpo; la sensualità è teatrale, “timida domani” ti racconti per giustificare una visione che ti smuove invidia.
Il narcisismo di questo abito è carnale ma non volgare: non vuole solo piacere, vuole essere ricordato.
Fuori dalla sala, la sua struttura è difficile da tradurre; ma l’idea – il corpo come scena su cui fioriscono emozioni – è perfettamente esportabile nel lavoro editoriale e fotografico.
Ancona capitale culturale, Poliarte terreno fertile
Riflessi è dichiarato come evento culturale oltre che creativo, e la scelta della Mole Vanvitelliana lo conferma: un luogo di valore storico e artistico per un’operazione che punta a unire design, arte, moda e responsabilità sociale.
In una città che sarà Capitale italiana della cultura 2028, questa sfilata è un segnale: i giovani designer non si accontentano di vestire bene, vogliono interrogare il presente.
E l’Accademia di design Poliarte rappresenta il patrimonio dei futuri designer da cui attingere per un futuro più contemporaneo, smart, social e sociale.
Gli abiti che “muoiono” quando il runway finisce non sono un fallimento, tutt’altro invece: sono la fase necessaria di laboratorio, senza la quale il mercato sarebbe pieno di capi perfettamente portabili ma psicologicamente vuoti e noi -finiremo per comprare stupidissimi golfini color ceruleo trovati chissà dove in un qualche mercatino dell’usato- Cit.
La runway di Riflessi ti dice una cosa tanto chiara quanto semplice.
Puoi mentire a tutti, ma non a te stessa e ognuno di noi è narcisista a modo proprio.
Quando vedi sfilare quegli abiti, in fondo anche tu vorresti i tuoi due minuti sotto i riflettori di qualcuno.
Quindi la vera domanda è… quanto coraggio hai di esporti? Perché criticare con “ma dove ci vai con quei abiti” serve solo a giustificare la tua ipocrisia.
CIAO !
Scritto da Paolo Barigelli fotografo Moda e Consulente d'Immagine.
#psicologiadellamoda #pointzero #magazine #fashionmagazine #pointzeromagazine #fashion #paolobarigellifashion #psicologiadellamoda #fashionshow #accademiapoliarte #ancona #indipendentdigitalmagazine #saladellepolveri #molevanvitelliana
Aggiungi commento
Commenti