Sedurre vestita: l’ipocrisia di chi finge di non vedere.
Un dettaglio scomodo: l’erotismo non sta nella pelle scoperta, ma nelle bugie che ci raccontiamo per poterlo guardare senza sentirci colpevoli.
Lei è coperta.
Camicia ampia, tessuti morbidi, nessuna posa acrobatica da calendario.
La scena è quasi pudica, se la si osserva con l’occhio addestrato alla pornografia di massa.
Eppure basta restare lì tre secondi in più per capire che la nudità non c’entra.
Quello che è scoperto, brutalmente, è il desiderio di chi guarda.
Il corpo in camicia bianca, la rosa, il rosario, il buio intorno: tutto il resto è solo alibi visivo per una società che ha bisogno di travestire l’erotismo da “eleganza” per poterlo tollerare.
La messa in scena del corpo: oggetto o soggetto?
In queste immagini lei non è un personaggio con nome e cognome: è una figura onirica.
Proprio per questo funziona.
Chi guarda può entrarci dentro, usarla come schermo su cui proiettare il proprio ruolo preferito: amante, martire, brava ragazza che “non voleva, ma…”.
La postura è abbandonata, ma non passiva.
Il capo reclinato, gli occhi chiusi, la bocca scura: sembrerebbe resa, ma la mano stringe la rosa, le dita giocano con il rosario.
Oggetto esposto o soggetto che orchestra la scena?
La risposta è: entrambi.
E questo è ciò che disturba.
La psicologia del sesso non tollera bene le sfumature: vuole sapere subito chi domina e chi si concede.
Qui, invece, il corpo dice una cosa e la composizione ne suggerisce un’altra.
Il risultato è un corto circuito: lo spettatore si ritrova a desiderare un corpo che non sa bene se stia chiedendo di essere preso o se stia invitando a confessare di averlo desiderato.
La verità che si vede, la bugia che si racconta.
La verità che si vede, la bugia che si racconta
La verità, in queste foto, è chiara.
Sono immagini di seduzione.
Luce, ombre, styling noir, oggetti simbolici: tutto è costruito per attivare erotismo.
La bugia è quella che la società preferisce raccontarsi:
“Non è niente di che, è solo una foto artistica.”
Traduzione: c’è desiderio, ma è impacchettato abbastanza bene da non risultare sconveniente a cena con i colleghi.
È la stessa bugia che regola gran parte dell’immaginario visivo contemporaneo:
- ti è concesso desiderare, purché tu lo neghi subito dopo
- puoi mostrare il corpo, ma devi chiamarlo “liberazione” o “self love” per non risultare troppo onesta
- puoi guardare, purché tu finga di essere interessata solo alla “bellezza dello scatto”.
Queste immagini fanno esattamente il contrario: non strillano sesso, lo insinuano.
E proprio per questo sono più scandalose di qualsiasi nudità esplicita.
Eleganza, pudore e altre scuse ben stirate.
Il paradosso è fin troppo raffinato: la scena è elegante, quasi composta.
Camicia maschile oversize, trucco curato, composizione studiata.
La seduzione è “pacata”, come direbbero i benpensanti.
Peccato che il punto non sia la quantità di pelle scoperta, ma la quantità di intenzione che ci metti.
La società perbenista tollera un abito scollato, se puoi giurare che “non ci hai neanche pensato”.
Tollera uno scatto boudoir, se lo chiami “regalo per me stessa”.
Tollera tutto, tranne la frase più sincera: “volevo essere desiderata”.
Questi scatti sono un dito nella piaga proprio perché mettono in scena una donna che sembra perfettamente a proprio agio nell’essere oggetto di sguardo, ma che allo stesso tempo mantiene saldamente il controllo della scena mentale.
È lei a decidere fin dove puoi arrivare con la fantasia.
Il problema non è lei: sei tu che non sai più distinguere tra consenso, desiderio e recita socialmente accettabile.
Il desiderio è nello sguardo, non nella camicia.
Guardando queste immagini, la domanda onesta non è “quanto è svestita?”.
La domanda onesta è: “quanto sto desiderando io, nonostante sia vestita?”.
L’erotismo qui non viene dal corpo esposto, ma dall’allusione.
La camicia che scivola, il rosario tra le dita, la rosa vicina al petto: segni che stanno lì per far lavorare la fantasia.
Chi guarda costruisce la propria scena nella testa, ben oltre i limiti dell’inquadratura.
In altre parole: lei può restare vestita, la tua mente no.
E questa è la vera indecenza che nessuno vuole ammettere.
È più comodo accusare le immagini di essere “troppo” o “non abbastanza” che riconoscere la responsabilità del proprio sguardo.
Tutti sbagliati, quindi tutti uguali.
La parte più interessante, e più scomoda, arriva qui.
Chi giudica queste foto “troppo spinte” e chi le giudica “troppo castigate” sta facendo la stessa identica cosa: sta usando il proprio disagio per sentirsi migliore di chi desidera senza filtri.
La verità è che, davanti a immagini così, nessuno è innocente.
Chi finge di vedere solo “bellezza” sta mentendo a se stesso.
Chi finge di indignarsi per “proteggere il buon gusto” sta usando il perbenismo come scudo per non ammettere di sentirsi toccato.
Ed è esattamente qui che il corpo (in questo caso della modella) smette di essere solo un corpo e diventa specchio.
Oggetto e soggetto insieme: oggetto del tuo desiderio, soggetto che ti smaschera.
Chi esce da questa visione senza una minima fitta di riconoscimento – di ipocrisia, di doppia morale, di pudore usato come foglia di fico – o mente, o non sta davvero guardando.
Tu?? ...quanto stai davvero guardando la donna ritratta e quanto stai guardando, riflessa in lei, la versione di te che desidera ma non ha mai il coraggio di ammetterlo?
CIAO
xx Point.Zer0
Aggiungi commento
Commenti