Milano Fashion Week: chi cuce davvero il potere dell’immagine?
Tra Gucci che sciocca, Dolce & Gabbana che predicano memoria, Fendi che parla di “noi” e una sarta che da quarant’anni tiene insieme testa, cuore e mani.
Milano Fashion Week: realtà piatta, bolla dorata.
Milano, nei giorni della Fashion Week, quest’anno ha avuto il coraggio di dire una verità imbarazzante: alla maggior parte delle persone non interessa.
Duomo e Corso Como, la città si muoveva come sempre: uffici, università, turisti distratti, cappotti normali, sneakers normali, vite normali. Nessuna invasione di outfit folli, nessun carnevale permanente.
L’aria “fashion” era confinata tra le location delle sfilate e Montenapoleone.
La respiravi davvero solo quando ti avvicinavi ad uno degli “hot point”: cortili blindati, file di invitati, fotografi appostati.
È lì che Milano si ricordava di essere capitale della moda. Il resto della città, onestamente, aveva altro da fare.
Come Narnia ha il suo “Armadio”, anche la Fashion Week ha il suo portone magico: basta una location e il mondo cambia.
Appena varcato il perimetro invisibile di una location, la realtà cambia.
Davanti al portone di ingresso, ecco il solito mondo patinato: vip, addetti ai lavori, influencer, modelle, personaggi che vivono della propria immagine come se fosse una valuta.
Il marciapiede intanto diventa una passerella parallela.
Chi aspettava, chi fingeva di essere atteso, chi si piazzava strategicamente per farsi fotografare.
La psicologia della moda qui non riguardava più i capi, ma la gerarchia dello sguardo: chi merita attenzione, chi la comprerà a colpi di outfit estremi.
E mentre questo teatrino si svolgeva all’esterno, dentro le sale le Maison cercavano di rispondere alla stessa medesima domanda: come si fa, nel 2026, a dire ancora qualcosa di nuovo con un abito?
Gucci: provocazione chirurgica, moda come scenografia del profitto
La cronaca della sfilata di Gucci è già di per sé un editoriale: inviti trasformati in scatole da gioielleria, manifesto cinico firmato Demna, passerella nel Foro Italico ricostruito, abiti ridotti a calzetteria concettuale, borse e scarpe a mo di focal point.
I vestiti, in gran parte, diventano “accessori degli accessori”: strutture pensate per sostenere idoli del profitto più che corpi reali.
È un pragmatismo spietato travestito da arte.
Gucci sa benissimo che la clientela non si vestirà come le silhouette più estreme, ma lotterà per avere la borsa Bamboo logata, le sneaker Manhattan, i mocassini Cupertino.
Il perizoma di diamanti citazione di Tom Ford è il colpo di grazia: uno scandalo calcolato per trasformare l’indignazione in desiderio.
Qui la psicologia della moda è chiara: ti faccio arrabbiare per farti ricordare che mi vuoi.
È efficace, certo. Ma a chi appartiene davvero questo gioco? Ai designer o alle esigenze del bilancio?
Dolce & Gabbana: il nero come memoria e resistenza
Sull’altro fronte, Dolce & Gabbana scelgono il nero assoluto come barricata.
Madonna in prima fila, la Sicilia come pulsazione costante, pizzi che diventano intimità, corpi celebrati con ostinazione, cappotti e giacche rovesciati per mostrare cuciture e tele, quasi a dire: “guardate il lavoro, non solo la superficie”.
Qui la passerella è un atto di resistenza: contro la guerra, contro l’omologazione, contro la Generazione Z cresciuta nel fast fashion.
Il messaggio è semplice e violentemente chiaro: la sartoria non è nostalgia, è presenza.
Mostrare l’interno dei capi è un gesto politico: ricordare a chi guarda che la moda non è solo immagine, è struttura, tempo, mani.
La psicologia della moda, in questo caso, lavora per strattoni: “ti seduco con l’erotismo mediterraneo, poi ti sbatto in faccia le cuciture per ricordarti che dietro quel corpo c’è un mestiere”.
Fendi: “meno io più noi” e il ritorno del lavoro
Da Fendi, Maria Grazia Chiuri entra scrivendo a terra “Meno io più noi”.
In un’industria che celebra il genio solitario, lei mette il riflettore su squadra, atelier, genealogie femminili.
Il programma Echo of Love rimette in circolo le pellicce, le smonta, le ricostruisce, le trasforma in colli, fodere, borse, oggetti.
Ogni centimetro di pelle deve essere usato, catalogato, rispettato.
Il logo viene riportato vicino all’originale, il colore si riduce a pochi toni severi: nero, bianco, carne e un tocco di rosso.
Le silhouette sono asciutte, disciplinate, il cappotto torna frase completa del guardaroba.
La Baguette non è trofeo ma ponte tra passato e presente.
Qui la psicologia della moda non è nel colpo di scena, ma nella coerenza: ti chiedo meno idolatria e più responsabilità.
Intervista a Fiorella Ciabocco: l’anima oltre la trama.
In questo panorama di colossi, appare quasi stonata – e quindi necessaria – la voce di Fiorella Ciabocco, che si rifiuta di farsi chiamare stilista.
Per lei la moda non nasce sulla passerella, ma nel laboratorio.
“Se il tempo è breve, comunico con il mio modo di essere e di vestire”, dice durante l’intervista rilasciata a Point.Zero magazine, come a ricordare che l’immagine è solo la punta dell’iceberg: il mestiere vero è nelle mani, nei tessuti, nei punti invisibili.
Mentre Milano si divide tra platee e portoni, il suo showroom diventa rifugio per chi vuole capire come si costruisce davvero un abito.
Stranieri che cercano l’architettura della giacca, spose che scappano dai “matrimoni da Pinterest”, clienti che vogliono un vestito che non sembri il clone di migliaia di altri.
Fiorella guarda le sfilate con lucidità: le “armature architettoniche” e i capi improbabili che calcano le passerelle le riconosce come scenografie necessarie per l’immaginario, ma sa benissimo che non finiranno negli armadi.
La vera moda, per lei, è quella che sa conciliare sogno e portabilità.
La vecchia guardia e il rischio dell’amnesia
Quarant’anni di esperienza le bastano per non impressionarsi più di fronte a spalline che tornano, bottoni gioiello che ricompaiono, pellicce che rientrano dalla finestra dopo essere state cacciate dalla porta.
La moda è ciclica, e questo non è uno scandalo.
La sua preoccupazione, però, è un’altra: l’impoverimento dello stile.
Non nel senso di “si stava meglio prima”, ma nel senso più concreto di perdita della mano.
Chi oggi sa ancora lavorare una georgette di seta senza massacrarla?
Chi ha la pazienza di insegnare, di tramandare, di “ferocemente” difendere un sapere che non si scarica da nessuna piattaforma?
Qui la psicologia della moda incrocia la psicologia del lavoro: se restano solo concetti, loghi e storytelling, ma nessuno sa più cucire, cosa stiamo comprando esattamente quando parliamo di “lusso”?
Dubai, America e la triade testa–cuore–mani
Che il suo lavoro abbia senso non lo dice solo l’Italia.
Dubai la chiama per abiti che trattano l’artigianato italiano come sacralità.
Clienti americani le chiedono perché il Made in Italy è ancora un mito, e lei risponde con una semplicità disarmante: non è fabbrica, è collegamento tra testa, cuore e mani.
È esattamente quello che manca a buona parte della moda da feed: c’è testa (strategia), c’è cuore finto (storytelling), ma spesso non ci sono mani.
O meglio: ci sono, ma restano invisibili, spente, sfruttate, nascoste.
Fiorella, al contrario, mette il mestiere al centro del discorso.
Fuori dalla sala: il circo parallelo dei look “instagrammabili”
Torniamo un attimo davanti alle location milanesi.
Mentre dentro si dibatte di artigianato, memoria, provocazione, fuori un altro esercito combatte una guerra diversa: quella per i like.
Influencer e aspiranti tali si presentano con outfit spesso totalmente scollegati dal brand che sfila: cappotti fluo davanti a una maison che propone solo nero, volumi assurdi per entrare a una sfilata di minimalismo, accessori urlati che non hanno nulla a che vedere col codice estetico dell’evento.
Non è moda, è casting permanente per qualche feed.
La domanda non è “che cosa voglio dire con questo look?”, ma “quanti contenuti ci posso spremere?”.
La psicologia della moda qui si riduce a una gara di volume visivo: chi occupa più pixel, vince.
Moda o cosplay da social?
Quando un look nasce unicamente per farsi notare al portone, senza alcun legame con la propria identità o con ciò che avviene dentro, siamo fuori dal territorio della moda.
Siamo nel cosplay da social.
Il problema non è l’eccesso, ma il vuoto.
Un abito teatrale può essere geniale se è coerente con un discorso, con una ricerca, con un punto di vista.
Diventa patetico quando è solo un urlo: “guardatemi, esisto anche io”.
Fiorella, che lavora sul corpo reale e sulle vite reali, sarebbe probabilmente d’accordo su una cosa: se l’abito non riesce a esistere lontano dalla porta di una sfilata, non è un abito. È un travestimento a tempo.
La sfilata “minore” che minore non è.
E poi ci sono loro: i brand che non hanno ancora palazzi storici, first row da tabloid e budget da guerriglia visiva, ma che hanno una cosa che molti “grandi” hanno perso per strada: il coraggio della presenza.
La sfilata dello stilista orientale IORIYA vive in questo spazio.
Kimono che omaggiano le radici, poi una seconda collezione più occidentale, fatta di capi a tratti eccentrici ma sempre eleganti e comunque portabili, abiti da cerimonia pensati per corpi veri, non solo per modelli di passerella.
Non serve paragonarla a Gucci o a Dolce & Gabbana: gioca in un altro campionato.
È la prova che esiste una Fashion Week underground, fatta di marchi che non cercano solo lo shock, ma la possibilità concreta di farsi scegliere da qualcuno che, finita la sfilata, dovrà davvero vivere dentro quei vestiti.
In altre parole: mentre il pubblico si divide tra scandalo e nostalgia sulle grandi passerelle, esiste una linea parallela dove il sogno viene ancora cucito con l’idea che, un giorno, finisca in un guardaroba.
Psicologia della moda: dove ti posizioni tu?
Fra Gucci che ti provoca per venderti una borsa, Dolce & Gabbana che ti mostrano le cuciture per ricordarti la mano, Fendi che ti parla di “noi”, Fiorella che difende la triade testa–cuore–mani e le sfilate “minori” che cercano solo di esistere, la domanda finale non riguarda Milano.
Riguarda te.
Quando pensi alla moda, sei più vicina al portone – in attesa che qualcuno ti veda – o al laboratorio, dove qualcuno lavora perché tu ti possa riconoscere in uno specchio senza travestimenti?
CIAO!
scritto da Paolo Barigelli Consulente d'Immagine.
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